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Perché alcune persone chiedono consiglio ma non lo seguono mai

giochi psicologici

Perché alcune persone chiedono consiglio ma non lo seguono mai

Di Pietro Sangiorgio – Metodo E.D.S. (Emozione, Decisione, Strategia)

Facciamo un test veloce.

Pensate all’ultima volta che qualcuno vi ha chiesto un consiglio. Uno serio. Un consiglio su una situazione complicata – lavoro, relazione, soldi, famiglia, quello che vi pare.

Voi avete ascoltato. Avete pensato. E gli avete dato un consiglio onesto, concreto, ragionevole.

E quello vi ha risposto: “Sì, ma…”

E gli avete dato un altro consiglio. E quello: “Sì, però nel mio caso…”

E un altro ancora. E quello: “Sì, ma ho già provato.”

E alla fine vi siete sentiti come uno che ha svuotato un estintore contro un incendio dipinto sul muro. Tanta fatica, nessun fuoco. Perché il fuoco non c’era. Non era lì.

Se questa scena vi suona familiare, quello che state per leggere vi spiega cosa stava succedendo davvero. E vi avviso: non vi piacerà del tutto.

Quella persona non stava chiedendo un consiglio

Lo so, sembra assurdo. Ti ha guardato negli occhi e ti ha detto “che ne pensi?” o “cosa faresti al mio posto?” – che sembra in tutto e per tutto una richiesta di consiglio. E su un piano razionale lo è.

Ma c’è un altro piano. Un piano sotto. Un piano dove le parole dicono una cosa e il bisogno reale è un altro.

Eric Berne, il fondatore dell’Analisi Transazionale, ha descritto questo meccanismo negli anni ’60. Lo ha chiamato il gioco “Perché non… Sì, ma…” Ed è uno dei giochi psicologici più diffusi che esistano. Lo troviamo in ufficio, a tavola, tra amici, tra colleghi, tra madre e figlia, tra soci, tra marito e moglie. Ovunque.

Il gioco funziona così: sul livello visibile – quello delle parole – una persona chiede aiuto e l’altra lo offre. Due adulti che parlano. Ragionevole.

Ma sul livello nascosto, quello dove si decide davvero, sta succedendo tutt’altro. Chi chiede non sta cercando una soluzione. Sta cercando la conferma che la soluzione non esiste. Sta cercando qualcuno che ci provi e fallisca, così da poter dire a sé stesso: “vedi? Non c’è niente da fare. Neanche lui ce l’ha fatta.”

E voi, che state lì a spremere il cervello per trovare la risposta giusta, non state aiutando nessuno. State giocando la vostra parte. Senza saperlo.

Perché ci cascate sempre (e perché con certe persone non ne uscite)

A questo punto la domanda ovvia è: ma perché ci resto dentro? Perché non mi fermo al secondo “sì, ma” e cambio argomento?

Bella domanda. E la risposta non è “perché sei troppo buono” o “perché ci tieni.” Magari fosse così semplice.

La risposta è nella dinamica della conversazione stessa. E per spiegarvela ho bisogno di un concetto che viene dalla Comunicazione Analogica di Stefano Benemeglio.

Guardate bene la scena. Io propongo, tu respingi. Io ripropongo, tu respingi di nuovo. Nessuno dei due cede. Nessuno dei due cambia posizione. Entrambi spingiamo. Entrambi sullo stesso piano.

Questa dinamica si chiama simmetria. Ed è la chiave di tutto.

Nella Comunicazione Analogica esistono due modi fondamentali di stare in relazione. La complementarità – dove i ruoli sono diversi, uno conduce e l’altro segue, come in un ballo – e la simmetria, dove entrambi stanno nella stessa posizione e nessuno molla. Come due che vogliono condurre lo stesso ballo contemporaneamente. I piedi si pestano. Sempre.

Il “sì, ma” è un gioco simmetrico per definizione. E qui viene la parte importante.

Ci sono persone che per struttura emotiva cercano la complementarità. Benemeglio le chiama strutture base. Funzionano bene quando i ruoli sono diversi. Quando si trovano in una dinamica simmetrica come il “sì, ma”, dopo un po’ sentono che qualcosa non torna. Non consciamente. Il corpo glielo dice. L’energia scorre in modo sbagliato. E si sfilano. Cambiano argomento. Si alzano. Trovano una scusa. La simmetria non è il loro habitat.

E poi ci sono persone che cercano la simmetria. Si chiamano strutture alterate. Per loro, stare sullo stesso piano – spingere e contro spingere, proporre e respingere – è il modo naturale di stare in relazione. Quando sono in simmetria si attiva la Reattività – senso di colpa, risentimento – e per quanto possa sembrare scomodo, quello è il circuito che le tiene agganciate. Possono andare avanti per ore. Non mollano perché mollare significherebbe accettare la complementarità, che per una struttura alterata è destabilizzante.

Ecco perché con certe persone il “sì, ma” dura tutta la sera e con altre finisce in tre scambi. Non è pazienza. Non è interesse. È struttura.

Le ferite che tengono in piedi il gioco

C’è un altro strato ancora. Perché nel Metodo E.D.S. non ci fermiamo mai a un solo livello.

Chi gioca abitualmente al “sì, ma” dal lato di chi rifiuta i consigli, spesso – e dico spesso, non sempre, parlo di prevalenze – ha attive delle ferite emotive specifiche. Le ferite, nel modello che ho rielaborato dal lavoro di Lise Bourbeau, sono prevalenze dinamiche: si attivano, producono maschere difensive, si leggono attraverso comportamenti concreti.

Le strutture alterate tendono a girare sulla ferita del rifiuto e su quella del tradimento. A volte quella dell’ingiustizia. E ciascuna alimenta il gioco in modo diverso.

Con la ferita del rifiuto attiva, il “sì, ma” diventa un modo per confermare che “per me non c’è soluzione” – che è un altro modo per dire “non valgo abbastanza perché qualcosa funzioni.” Ogni consiglio rifiutato è una conferma in più.

Con la ferita del tradimento, il gioco diventa un test di fiducia: “vediamo se anche il tuo consiglio è una fregatura come tutti gli altri.” La maschera del controllore non si fida. Di nessuno. E ogni soluzione proposta è un’altra occasione per confermare che non ci si può fidare.

Con la ferita dell’ingiustizia, il “sì, ma” serve a dimostrare che il proprio caso è speciale, che le soluzioni normali non si applicano. La maschera del rigido ha bisogno di avere ragione, e rifiutare il consiglio è il modo per tenere quella posizione.

E a volte – non come regola, come possibilità – c’è la ferita dell’umiliazione, con la maschera del masochista. E il masochista ha bisogno di dimostrare che soffre. Il problema è la sua identità. Se il problema si risolvesse, lui chi sarebbe?

Pensateci un attimo. È una cosa che toglie il fiato, quando la vedi. Qualcuno si tiene stretto un problema perché quel problema gli dà un ruolo. E il ruolo gli dà un’identità. E l’identità è più importante della soluzione.

Quello che succede ai ruoli durante il gioco

C’è un’ultima cosa che dovete sapere per capire davvero questa dinamica. E riguarda voi, non l’altro.

All’inizio del gioco, voi siete il Salvatore. Quello che aiuta. E l’altro è la Vittima. Quello che viene aiutato. Fin qui sembra tutto nobile e carino.

Ma il gioco prevede un colpo di scena. Dopo un po’ di “sì, ma” vi frustate. Vi sentite inutili. La Reattività si attiva – risentimento, irritazione. E senza rendervene conto diventate il Persecutore. “Ma allora arrangiati.” O magari non lo dite così, ma il tono cambia. L’energia cambia. E l’altro lo sente.

E a quel punto la Vittima ha vinto. Perché ora può dire: “Ecco, lo sapevo. Anche tu come tutti gli altri.” E diventa lei la Persecutrice. Di voi. Che stavate solo cercando di aiutare.

Salvatore diventa Persecutore. Vittima diventa Persecutrice. I ruoli si scambiano. Sempre. In ogni gioco psicologico. L’Analisi Transazionale chiama questa dinamica il triangolo drammatico: tre ruoli – Salvatore, Vittima, Persecutore – e nessuno resta nella posizione di partenza.

E se pensate che questa roba succeda solo negli studi degli psicologi, vi assicuro che succede in ogni riunione dove qualcuno presenta un problema e qualcun altro prova a risolverlo. Succede tra madre e figlia ogni domenica a pranzo. Succede tra soci che discutono del futuro dell’azienda. Succede ovunque ci siano due persone e un consiglio non richiesto. Che poi, spesso, il consiglio è stato richiesto eccome. Solo non per il motivo che pensate.

Come uscirne: smettere di giocare la parte del Salvatore

La prima cosa da fare, e anche la più difficile, è smettere di dare consigli.

Lo so. Sembra assurdo. Uno ti chiede aiuto e tu cosa fai, lo ignori? No. Fai qualcosa di molto più utile. Smetti di rispondere alla domanda e inizi a chiederti perché te la sta facendo.

Nel Metodo E.D.S. il primo passo è sempre la lettura. Emozione. Cosa sta succedendo davvero in questa conversazione? L’altro sta chiedendo una soluzione o sta chiedendo attenzione? Sta cercando un consiglio o sta cercando conferma che il suo caso è speciale? E soprattutto: siamo in simmetria?

Se la risposta è sì – se vi accorgete che state spingendo e l’altro respinge e nessuno molla – siete dentro al gioco. E la Decisione, il secondo passo dell’E.D.S., è: non continuo a fare il Salvatore.

E poi la Strategia. Il terzo passo. Che è il più controintuitivo di tutti.

Se l’altro è una struttura alterata e cerca la simmetria, la cosa che lo spiazza è il contrario: la complementarità. Cioè, invece di continuare a proporre soluzioni dalla posizione attiva del Salvatore, vi mettete nella posizione riflessiva. Vi abbassate.

In pratica, invece di “Perché non provi a…” dite qualcosa come: “Capisco. Dev’essere davvero una situazione difficile.” Oppure: “Forse hai ragione tu. Forse non c’è una soluzione semplice.”

Sembra una resa. Non lo è. È una manovra. Perché quella complementarità inaspettata rompe la simmetria. L’altro non se la aspetta. Il circuito si interrompe. E in quel momento di spiazzamento, come insegna Benemeglio, si apre lo spazio per toccare l’Inconscio – quella parte che stava giocando senza sapere di giocare.

La logica non esce dal gioco. L’emozione sì.

La domanda vera non è “come lo aiuto?”

Chiudo con una cosa che dico spesso a chi lavora con me. E che a volte non è piacevole da sentire, ma quelle sono di solito le cose più utili.

La prossima volta che qualcuno vi chiede un consiglio e sentite arrivare il primo “sì, ma…” fermatevi. Non preparate il consiglio successivo. Fermatevi e chiedetevi: cosa sta cercando davvero questa persona?

Perché spesso non è un consiglio. È essere vista. È essere ascoltata. È qualcuno che le dica, in un modo o nell’altro: il tuo dolore è reale. Non devi dimostrarmelo.

E se questo vi sembra troppo semplice per funzionare, beh, provate. E poi vedete se era davvero semplice.

Nel podcast Sotto le Parole – il player è qui sopra – questa dinamica la smonto in modo più approfondito, con la struttura completa del gioco e il passaggio da Salvatore a Persecutore. Se questo articolo vi ha dato da pensare, l’episodio vi dà il quadro intero.

E se volete imparare a leggere queste dinamiche prima di finirci dentro, il Metodo E.D.S. è un percorso. Trovi tutto sul mio sito.

Smetti di rispondere alla domanda. Inizia a chiederti perché te la sta facendo.

 

Il modello di base deriva dalla Psicologia/Comunicazione Analogica di Stefano Benemeglio; qui è integrato nel Metodo E.D.S. (Emozione, Decisione, Strategia) di Pietro Sangiorgio. L’Analisi Transazionale è attribuita a Eric Berne e agli sviluppi successivi. Le Cinque Ferite Emotive sono attribuite al modello di Lise Bourbeau. Questo contenuto è di ristrutturazione personale e non sostituisce un percorso di psicoterapia.

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Pietro Sangiorgio

Esperto in Comunicazione Analogica e ideatore del Metodo E.D.S.

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